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La rinascita dell’Universita’ passa per lo Studente

Cio’ che segue e’ solo una piccola riflessione, forse troppo banale e generica, ma e’ l’idea, del tutto personale, che mi sono fatto in questi 2 anni di esperienza universitaria.

Nel nostro paese manca una vera e propria politica dell’Universita’, dove con politica non intendo ministeri o uffici, ma ben altro: manca una vera spinta dal basso. L’Italia e’ un paese che va indietro, che tenta di salvarsi usando come ultimo baluardo le solite storie riguardo a prodotti tipici e turismo come elemento caratterizzante, che ci rende unici.
Ci0′, non solo e’ giusto e ragionevole, ma e’ anche indispensabile nella precaria situazione in cui ci troviamo tutti:
fare quello che ci riesce meglio ci ha sempre salvati, e ci salvera’ ancora.

La questione che pongo ora e’ un’altra, mettendo da parte le questioni ideologiche che tutti ci portiamo dietro, vogliamo continuare ad essere un paese che si “salva” ? Che riesce a stare in Europa e nel Mondo solo facendo salti mortali ?
La risposta della massa e’ tanto banale quanto ipocrita. Non possiamo continuare a vivere trascinandoci una mentalita’ vecchia; il mondo cresce, si rinnova, cambia di continuo.

Una volta sentii un paragone che mi colpi’ molto sull’Innovazione. Paragonava quest’ultima al Vento, che puo’ travolgerti se non reagisci, ma che se preso nel giusto modo puo’ farti Volare. Ed e’ questo che il paese deve capire, l’Innovazione non e’ un qualcosa di astratto da affrontare in modo secondario, e’ la vita di tutti giorni, e’ anche il fare le stesse cose che facevamo prima, ma magari rischiando qualcosina in piu’, credendoci davvero, innamorandoci di quello che facciamo. E il risanamento passa necessariamente per questo percorso di rinnovamento, che deve essere, prima di tutto, tecnologico, e posto in essere dalle Universita’ prima di tutto. L’Universita’ deve diventare quel centro di eccellenza che tira su l’Innovazione economica. Negli altri paesi presumo l’abbiano capito. Basta leggere questo articolo di Repubblica (ma non e’ il solo, la rete ne e’ piena), l’Italia dell’istruzione e’ agli ultimi posti, noi che ci vantiamo tanto di avere una storia unica e di essere la culla delle civilta’.

Qual’e’ la differenza sostanziale con gli altri paesi ? In breve? Finanziamenti. Mancano i soldi per fare.
E come si sostenta una struttura universitaria? In primo luogo tramite rette, finanziamenti privati e finanziamenti pubblici, esattamente in quest’ordine. Le tre cose, se viste a lungo termine, possono essere considerate come strettamente correlate.
Mi spiego meglio. Lo studente Italiano, in quanto tale, si comporta da Italiano, e fa ragionamenti campanilistici.
Ad esempio se si parla di “come va” all’Universita’, generalmente il giudizio complessivo sulla struttura e’ sostanzialmente negativo: ci si lamenta tanto dei programmi fatti male, delle strutture insufficienti, dei professori incompetenti, dell’organizzazione generale, ma appena si tocca il tasto della competizione ecco che salta fuori la stupidita’ che porta a sostenere che la propria universita’ e’ sempre la “migliore”, ragionamento che ha una sua importanza d’essere se fatto in modo critico, analitico e preciso ma che diventa una bomba a mano se fatto sulla scia del tifo da stadio. Il vero problema, del tutto Italiano, e’ che quando ci si sente attaccati, invece di riflettere, si deve per forza difendere tutto a spada tratta, il che potrebbe essere un bene se non ci fosse alla base un ragionamento fondamentalmente ipocrita.
Lo studente non vede l’ora di laurearsi e scappare, non sopporta le carenze della sua Universita’, la prova e’, ad esempio, la scarsa affluenza di studenti nei corsi di specializzazione post-laurea, come ad esempio i Master.
Allo studente (specialmente se ritiene di aver “dato abbastanza”) manca l’umilta’ di confessare che la sua preparazione e’ insufficiente per l’entrata nel mercato del lavoro, quindi si lamenta dicendo che “non c’e’ occupazione”, quando invece questa sembra proprio esserci! Le imprese, infatti, non fanno che chiedere gente specializzata e competente, quindi, non cercano semplicemente laureati, ma laureati che sappiano fare, cosa che non si puo’ imparare all’interno di un normale percorso di laurea. Posto il fatto (abbastanza condivisibile secondo me) che non si possa esser laureati “con esperienza” di default, dobbiamo cercare di capire come risolvere il problema. Una soluzione e’ semplicemente quella di fare “di piu’” e “meglio”, ma non sotto il profilo dello studio, ma sotto quello dell’organizzazione di cio’ che bisogna apprendere.
In poche parole, dobbiamo fornire allo studente i mezzi per essere appagato sotto tutti i punti di vista, questo non significa lauree regalate, significa migliorare i piani di studio in modo che siano coerenti ed efficaci, eliminando gli “sprechi didattici” (materie fini a se stesse o a dare lavoro ai docenti). Un laureato soddisfatto e’ il punto di partenza per un risanamento economico, perche’ trova lavoro, fa girare soldi, e tutti stiamo meglio; fa buona pubblicita’ alla sua formazione, quindi porta altri studenti alla sua scuola di provenienza, che diventa pian piano piu’ grossa. Se uno studente e’ soddisfatto puo’ essere convinto a pagare di piu’ per la sua retta (e quindi a migliorare lo status di tutti, il rapporto studenti/professore, la ricerca ecc.). In altri paesi, europei e non, lo studente e’ convinto e vuole fortemente una formazione d’eccellenza, tanto da esser disposto a fare enormi sacrifici ed a lavorare pur di pagare quegli studi che, ne e’ sicuro, gli garantiranno un futuro di felicita’. In Italia manca proprio questa voglia, ci si lamenta delle rette troppo alte, mediamente lo studente universitario non fa vita universitaria, quindi si laurea con ritardo, e si lamenta.
Altro punto dolente sono i finanziamenti privati, di cui non voglio e non posso parlare approfonditamente, perche’ parlerei di cose che non conosco, pero’ dico questo: perche’ in Italia non abbiamo (come negli USA) i “padri ricchi” degli studenti che finanziano le Universita’ tramite ingenti donazioni? E torniamo al discorso di prima, la soddisfazione dello studente che manca. Ci fosse quella, secondo me, cambierebbe tutto, e’ il nodo centrale della questione.
Come si fa quindi? Non e’ cosi’ difficile: basta ascoltare e imitare delle best pratice collaudate all’estero.
Coinvolgiamo lo studente molto di piu’ nella stesura dei programmi di studio, e coinvolgiamo anche le imprese.
Tanto per fare un esempio, il Consiglio del Corso di Studi del mio percorso di laurea e’ composto di circa 20 elementi, di cui solo 2 sono studenti. Che significa ? Che i professori fanno il bello e il cattivo tempo ed i loro interessi in primis, in completa tranquillita’.

Se si ascoltassero gli studenti l’Italia rinascerebbe.

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