Ordunque, rieccoci.
Oggi sono qui nuovamente per raccontarvi qualche altra cosa di me, qualcuno direbbe per appagare il mio ego, pensatela un po’ come volete, magari è anche vero.
Pensando e ripensando, sono un po’ indeciso sull’argomento da trattare, ma che credo che come sempre verrà fuori da se, scrivendo. Potrei parlare di come, secondo me, debba formarsi un individuo. Vi dirò di più: la formazione ottima non esiste, ma la costante crescita deve essere l’obiettivo. Da ingegnere userei l’espressione tendere “all’infinito” per raggiungere un risultato ragionevolmente buono, ma dato che sono qui, lasciamo stare il formalismo matematico, che, a dirla tutta, non è che mi faccia impazzire più di tanto.
Comincerò col raccontarvi la base, un piccolo riassunto della mia vita.
Nato a Gallarate, provincia di Varese. Vissuto i primissimi anni della mia vita tra paesini dei quali non ricordo nulla (Saronno, Vergiate ?). Padre eoliano, madre messinese. Nonna materna di La Spezia, nonno materno sardo.
In sostanza, già dalla nascita, il mio sangue era un po’ una puttana siculo-eoliana-ligure-sarda.
Complichiamo un po’ il tutto. Ho vissuto sedici anni della mia vita in uno squallido paese dormitorio alle porte di Milano (Pieve Emanuele). Facendo un bilancio della mia vita, la considererei una vita vissuta in periferia.
Provincia di Milano, poi Siracusa (che è ben più provinciale della provincia di Milano) e Como (anch’essa provincialissima anche se con alcune vocazioni interessanti).
Cosa porta una vita vissuta in periferia ? Questa è una bella domanda.
L’unica risposta ragionevolmente corretta che mi viene in mente è: porta ciò che non porta vivere in una grande città aperta. Un bagaglio di esperienze non migliori, ma sicuramente diverse.
Mi verrebbe da dire che ho sempre vissuto in mezzo a cretini provinciali, tra i quali mi inserisco.
L’essere provinciale (non tanto per dove vivi, ma per quello che ti frulla in testa) una delle cose peggiori che ti possano capitare. Perchè? Perchè o ti evolvi, o rimani un ignorante. Ma non un ignorante come tanti ne conosco che ne sanno molto più di me, una tipologia di ignorante che io definisco infimo. E’ colui che pensa di saperne più di te, ti spiega come fare le cose, ti consiglia persino! Ma io dico, tu, cretino coglione che non sei altro, se sei vissuto una vita su un’isola del cazzo o nella città più provinciale d’Italia, ma che cazzo ne potrai mai sapere più di me, che è una vita che vengo sbattuto a destra e a manca per costrizione o per scelta ? Se non sei mai stato all’Università, che cazzo ne sai di cosa devo studiare prima e cosa devo fare dopo ? Che ne sai dei MIEI sbocchi professionali ? Non ti vergogni neanche lontanamente a proferir parola con me che evidentemente sono anni luce avanti a te ?
Quando io incontro qualcuno che mi fa sentire provinciale (perchè si, io sono il primo provinciale), la cosa più sensata da fare è stare zitto ed ascoltare. Magari ti verrebbe anche di dire la tua, ma, obiettivamente, è molto meglio stare zitti ad ascoltare. Questo genere di persone sono quelle che più stimo e ammiro, ma c’è un problema. Guarda caso li trovo sempre in quelle che oggi si definiscono categorie sociali a rischio. Gli ultimi della classe. Ho sempre avuto diffidenza di chi si riempie la bocca di paroloni, ma tanta attenzione verso chi riesce a spiegarti la sua visione della vita con umiltà.
Queste persone, che ho avuto la fortuna di incontrare, sono state le uniche ad insegnarmi qualcosa di davvero speciale, non necessariamente giusto, o moralmente corretto, ma speciale.
Il drogato che racconta di come si è risollevato dopo gli anni 80, l’ex contrabbandiere con un debito miliardario verso lo stato, il 40enne napoletano che ancora campa facendo furti nelle case, l’artigiano anziano che cerca di vendere i suoi manufatti nelle fiere di paese, gli artisti di strada, gli zingari. Mi verrebbero mille esempi in mente ma credo che forse sarebbe persino inutile stare a raccontarveli, probabilmente state pensando che sono pazzo. Che mai avranno da insegnare questi poveracci? Niente, per chi ha la presunzione di non voler nemmeno ascoltare.
L’italiano medio di questi anni, nonostante gridi al precariato, alla sua condizione pietosa, si dimentica di far parte comunque di un ceto medio-borghese. Crede di essere povero quando scatta la tacca della no-tax area.
L’italiano inborghesito ha dimenticato cosa davvero significhi la fame, e nemmeno gli interessa ricordarlo.
Qualcuno però la fame magari la soffre tutti i giorni, e magari è pure un pazzo che campa rubando, ma qualcosa da insegnarti ce l’ha. Apparentemente sembra un discorso senza senso, ma vi assicuro che non è così.
Non sto dicendo che gli ultimi ed i diseredati abbiano le ragioni, ne’ gliele voglio dare, dico solo che ascoltarli senza pregiudizi quando ti parlano di quanto fa schifo la vita, ti aiuterebbe a scoprire cose mai considerate.
In buona sostanza, quello che cerco di dirvi è molto semplice. Se non ascolti davvero, rimarrai sempre un cretino, un provinciale nel cervello. Bisogna sempre rincorrere le esperienze, perchè da sole non ti capitano. Bisogna viaggiare vivendo davvero i posti che visiti, bisogna cercare di vivere in tanti posti diversi, bisogna parlare e confrontarsi di continuo con chi la pensa in modo opposto. Si deve imparare a distinguere tra ti sta dicendo delle cose importanti (non giuste in assoluto, solo importanti), da chi ti sta riempiendo la testa con cazzate. Bisogna sempre essere pronti ad apprendere senza pregiudizi: è difficilissimo. Tutti abbiamo pregiudizi. Il crescere sta proprio in questo, più elimini i pregiudizi, più sai ascoltare, più sei degno di considerarti cittadino del mondo.
Bisognerebbe piantarla con tutti i ragionamenti provinciali, e qui parlo sia ai leghisti del “Tegn dur mai mulà!” che a certa parte del popolo si-culo, che ancora è piantata su stronzate che nel 2007 non hanno ragione d’esistere.
Il mio non vuole essere un discorso d’attacco, ma di amichevole consiglio. Piantiamola tutti di dire e pensare stronzate.
Ascoltiamo, viaggiamo, non giudichiamo nessuno, non dividiamo in buoni o cattivi.
E’ un obiettivo che mi pongo anch’io, non è facile, ma credo che sia l’unica strada giusta per evitare di umiliarmi un domani, tacciato di provincialismo, magari proprio da me stesso.

